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CONCEPT – IL MUKANDA

Il Mukanda è un rito, un rito di un popolo africano (ndembu) per segnare il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. Come tantissimi altri riti del genere, diffusi in tutte le culture del mondo, prevede una prima fase di allontanamento dalla tribù, dalla comodità della casa: il giovane viene portato forzatamente nella foresta, dove deve superare alcune prove ed è invitato a riflettere, maturare. Alla fine di questa fase si arriva ad un punto simbolico in cui avviene una rivelazione, letteralmente: “ciò che apre gli occhi”. Solo allora il giovane può finalmente tornare a casa. Allo stesso modo, Vico ha abbandonato la sua tribù, la sua casa – il centro storico – e si è inoltrata nella foresta: la foresta della modernità.

Ecco, è giunta l’ora per il nostro Mukanda, la nostra rivelazione: il festival dev’essere l’occasione per riflessioni, prove attraverso cui diventare adulti e, finalmente, tornare a casa. Tornare a vivere il centro storico, i luoghi abbandonati, i non-luoghi.

E’ il giovane che torna a riprendersi la città vecchia.

La riflessione di quest’anno parte dalle tough tuffs, dalle aspre pietre dalle quali un borgo del Meridione è nato. Pietre pesanti perché testimoni di una storia millenaria, imponente. Pietre che sono diventate torri, case, strade e oggi difficili da interpretare, difficili da vivere con le esigenze contemporanee. E’ una riflessione con cui ha a che fare l’Italia tutta, forse, con un passato glorioso e difficile da superare e che quindi molto spesso ci accomoda nell’orgoglio del suo splendore, dimenticandoci che quelle stesse pietre potrebbero avere nuova vita e avere un futuro da vivere, una nuova storia da raccontare. E allora perché arrendersi? Meglio provare. Quattro ragazzi under 30, tutti fuorisede, danno forma ad un’idea e riescono a coinvolgerne nel giro di poco tempo altri 50 con cui iniziare ad immaginare un nuovo percorso, una nuova vita per quel centro storico da troppi anni abbandonato. Musica, street art e dibattiti per una settimana, a riempire questo contenitore bellissimo ma troppo vuoto. Chissà che le pietre si alleggeriscano di tutto questo peso che dopotutto siamo noi stessi a dar loro, nella nostra spesso reverenziale paura di profanare ciò che è stato. Chissà che prendano a volare. Dopotutto sono “solo” pietre, pietre da vivere e non solo da abitare.

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